Fiabe senza lieto fine

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Non tutte le favole hanno un lieto fine e un bambino può rimanere turbato da tanta infelicità.

Meglio evitarle e raccontare ai nostri figli solo storie stucchevoli? Oppure accettare domande tipo
«Ma la piccola fiammiferaia è proprio morta, mamma? E perché nessuno l’ha aiutata, perché non le hanno dato qualcosa da mangiare?».

La triste favola natalizia di Hans Christian Andersen, per esempio, può turbare i bambini per l’assenza della tipica frase “…e vissero tutti felici e contenti!”

Ma di favole che finiscono male ne abbiamo lette tante anche noi da piccoli: Scarpette rosse o il libro Cuore, eppure siamo cresciuti benissimo.

Anche se tutt’ora ricordo una storia che mi raccontava mia madre prima di dormire di tre caprettini sperduti nel bosco e mangiati dal lupo. Nonostante la crudeltà della trama, io gliela chiedevo sempre … e tante volte andava a finire che mio padre doveva traferirsi sul divano perchè io in preda agli incubi volevo andare nel lettone!

Ma va bene raccontare ai bambini storie piene di tristezza e di paura o si rischia di incupirli? Gli esperti dicono che il messaggio è positivo. «Le fiabe classiche sono da sempre popolate da streghe crudeli, perfide matrigne, situazioni spaventose e tristissime. Il compito principale della favola, infatti, è proprio quello di portare in scena la paura per poi esorcizzarla» osserva Anna Oliverio Ferraris, psicologa e autrice di “Prova con una storia”.

«Generazioni intere di bambini sono stati terrorizzati dal lupo cattivo di Cappuccetto Rosso, ma quando arriva il cacciatore il lupo muore e Cappuccetto e la nonna vengono salvate. Il messaggio per il bambino, quindi, è positivo: anche di fronte al pericolo più grande ci sarà sempre qualcuno che accorrerà in tuo aiuto».

E’ giusto cambiare la trama? Mia figlia ha almeno tre raccolte di fiabe che contengono Cappuccetto Rosso: in una, al posto di essere mangiate dal lupo, la nonna e Cappuccetto si chiudono in un armadio! Nell’altra si nascondono sotto al letto!! Va bene rendere più leggera la “tragedia” inventandoci una trama alternativa?

«La piccola fiammiferaia che muore di freddo con l’ultimo cerino in mano è il simbolo del bambino indifeso di fronte alle difficoltà della vita. Ma i nostri figli, soprattutto i più piccoli, non sanno distinguere fra finzione e realtà. E rischiano di rimanere turbati» osserva la psicologa Anna Oliverio Ferraris.

E se il piccolo non riesce a togliersi dalla mente quella fiaba dal finale tanto triste? La psicologa consiglia «Divertiamoci a reinventare la favola insieme al bambino cambiando la trama e la fine. Basta introdurre dei personaggi buffi e nuove situazioni divertenti per cancellare il ricordo» . Per esempio, la piccola fiammiferaia potrebbe usare i cerini per accendersi un falò, trovare nuovi amici e vivere così felice e contenta.

Io, per esempio, non me la sento di dire alla mia bambina che Biancaneve muore, ma le dico che la mela stregata le fa venire mal di pancia e che si addormenta! E tutte le volte che le racconto la storia della Sirenetta prima di andare a dormire fa dei brutti sogni, perchè si spaventa a causa del “polipo cattivo”, come lo chiama lei!

Sono quindi d’accordo sulla possibilità di variare la trama a seconda della sensibilità del proprio bambino.

Buone letture!

 

3 Commenti

  1. Sono d’accordo. Alcune delle più tradizionali storie per bimbi sono atroci. L’altro giorno ho aperto il libro di pollicino….per carità! I genitori che abbandonano nel bosco tutti i figli che incontrano l’orco cattivo….ma siamo matti?
    I bimbi piccoli non capiscono bene il confine tra storia e realtà…altro che incubi, verrebbero anche a me.
    Secondo me avranno tutto il tempo e il luogo per capire il concetto mi male/bene man mano che crescono, che affrontano il mondo; anche il loro piccolo mondo dell’asilo e poi della scuola è un microcosmo di male-bene. E poi più avanti starà a noi genitori spiegare loro cos’è la morte, la violenza, la droga la malattia in modo che possano capire che tutto si può superare. Per esempio anche il concetto di fede può aiutare, ma devono essere abbastanza grandini da capire. Non a due-tre cinque anni con la mela di Biancaneve.
    baci cri

  2. Sono affezionata alle vecchie favole e, se devo essere sincera, mi piacciono così come sono. Sono cresciuta con le fiabe sonore – i 45 giri che si ascoltavano dal mangiadischi portatile – adesso aspetto un bambino e sto collezionando tutte le uscite per poter coinvolgere anche lui/ lei in quel mondo. Se poi non tutte hanno il leto fine, pazienza,nessuna tragedia: come sono sopravvissuta io, sopravviverà anche lui

  3. Ciao a tutte,
    trovo molto interessante questo argomento, anche se per il momento il mio bimbo non è in età da fiabe (8 mesi). Ricordo comunque di aver letto che le fiabe classiche, a differenza di buona parte della moderna letteratura per l’infanzia che presenta i lati più superficiali dell’esistenza, da accesso ad una dimensione profonda di cui il bambino ha bisogno per affrontare i suoi disagi interiori; una funzione “catartica” che le renderebbe le più adatte a favorire il riconoscimento e l’espressione dei propri timori e frustrazioni; insomma attraverso le avventure dei personaggi fiabeschi, gli permetterebbe di riconoscere le personali paure (abbandono,solutudine,perdita di familiari…)e i desideri impossibili e magari anche di verbalizzarli.
    Mi è sembrata una teoria abbastanza valida…che ne pensate?
    Ciao Daniela

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