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Quando l’insegnante ha paura

Violenza contro gli insegnanti

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Ho letto di nuovo una notizia che mi ha lasciata senza parole: si parla ancora di violenza contro gli insegnanti nelle scuole italiane. Non di un episodio isolato, ma di un fenomeno che, secondo chi lavora nella scuola, esiste da tempo e che solo oggi arriva più facilmente all’attenzione pubblica, anche grazie ai cellulari e ai social.

Quando sento parlare di un insegnante insultato, minacciato o aggredito, penso alle maestre e ai professori che, negli anni, hanno visto crescere i nostri figli, li hanno corretti, ascoltati, rimproverati quando serviva e sostenuti quando erano in difficoltà.

La scuola dovrebbe essere uno dei pochi luoghi in cui un ragazzo può sbagliare, imparare, discutere e crescere senza paura. E un insegnante dovrebbe poter dire “no”, mettere un voto, richiamare un comportamento o applicare una regola senza doversi chiedere se quella cosa gli costerà cara.

Troppo spesso si tende a giustificare tutto, a minimizzare e a lasciare l’insegnante solo. Una logica pericolosa: quella per cui “è un bravo ragazzo”, “è solo un momento”, “sicuro avrà fatto qualcosa anche lui”. Ma un bravo ragazzo può essere arrabbiato, confuso, provocato, in difficoltà. Questo però non trasforma mai un insulto o un gesto violento in qualcosa di normale.

Noi mamme che ruolo abbiamo? Quello di non trasformare ogni nota sul diario in una persecuzione. Non dare per scontato che, se il figlio ha un problema con un insegnante, l’insegnante abbia torto. Non dire mai: “Comunque quel professore se l’è cercata.” Perché le nostre parole diventano le loro convinzioni.

Se nostro figlio ci racconta di un conflitto, dobbiamo ascoltarlo. Dobbiamo chiedere: “Cosa è successo esattamente?”, “Come ti sei sentito?”, “Cosa avresti potuto fare diversamente?”, “Vuoi che ne parliamo con la scuola?” Perché educare al rispetto non è vietare, urlare o fare la predica. È mostrare, ogni giorno, che l’autorità non è il nemico e che il disaccordo si affronta con le parole.

Spesso “per non dare una brutta immagine della scuola”, alcuni episodi rimangono nascosti, con docenti spinti al silenzio invece che sostenuti. Ma il silenzio protegge soltanto chi ha già capito che può fare il furbo senza conseguenze. E lascia soli proprio quelli che dovrebbero poter contare su regole chiare e su adulti che fanno squadra: insegnanti, dirigenti, famiglie.

Come mamma non chiedo professori che urlano o punizioni vecchio stile. Chiedo una scuola in cui il rispetto sia una regola per tutti: studenti, genitori e insegnanti. Chiedo che un insegnante aggredito o insultato non si senta colpevole di aver chiesto rispetto. E chiedo che noi genitori non ci nascondiamo dietro la frase più comoda del mondo: “Ma mio figlio non è mai stato così.” Perché i nostri figli imparano anche da quello che vediamo fare quando qualcuno sbaglia. E se un insegnante deve avere paura di fare il suo lavoro, allora il problema non è solo suo. È di tutti noi.

 

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