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Le frasi che non dovremmo mai dire a un adolescente

Quello che non dovremmo mai dire (ma diciamo tutti)

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Oggi parliamo dell’adolescente: quell’essere umano che fino a qualche anno fa ti chiedeva di accompagnarlo in bagno e che oggi chiude la porta della sua stanza come se fosse il quartier generale di una missione segreta. Quello che prima raccontava ogni dettaglio della giornata, mentre adesso risponde, se risponde, con un “niente”, al limite con un “boh”.

E noi mamme, che abbiamo passato anni a imparare a non dire certe cose, all’improvviso ci ritroviamo a pronunciare frasi che giuravamo non avremmo mai detto.

“Quando avevo la tua età…”

“Quando avevo la tua età, io non avevo il telefonino.”
“Quando avevo la tua età, studiavo senza Google.”
“Quando avevo la tua età, uscivo e tornavo quando dovevo tornare.”

Il problema è che, per loro, noi siamo nate nel Paleolitico. Quindi ogni nostro ricordo viene automaticamente archiviato nella cartella “Preistoria”. Eppure, lo diciamo. Lo diciamo tutti. Perché in fondo, in qualche modo, vogliamo solo dire: “Anch’io sono stata giovane, capisco più di quanto pensi.”

“Nella tua stanza sembra sia scoppiata una guerra”

Questa frase la dico almeno tre volte a settimana. E ogni volta la stanza sembra ancora peggio della volta prima. E noi entriamo, guardiamo il disastro e pronunciamo la frase magica: “Ma come fai a vivere così?”

Loro, naturalmente, non capiscono il problema. Perché per un adolescente il pavimento è un armadio, la sedia è un appendiabiti e il letto è un ufficio, una sala da pranzo e un centro benessere.

“Non è possibile che tu non abbia niente da raccontarmi”

Questa la dico con il cuore spezzato. Perché un tempo la giornata scolastica durava quaranta minuti di racconto: chi aveva litigato, chi aveva fatto ridere, quale insegnante aveva sbagliato a correggere. Oggi invece: “Com’è andata?”
“Bene.”
“Cosa avete fatto?”
“Niente.”

E io penso: ma come, sette ore di scuola, decine di persone, corridoi, risate, litigi, amori, drammi… e tu non hai proprio niente da dirmi? Poi, alle undici di sera, mentre fingo di non esserci, mi sento dire: “Mamma, sai che oggi è successo una cosa assurda?” E lì capisco che non è che non voglia raccontare. È che ha bisogno dei suoi tempi. 

“Stai sempre sul cellulare”

Frase detta, ovviamente, mentre io sto anch’io sul cellulare.

Ma la differenza, spiego io con dignità, è che io lavoro. Loro invece stanno… beh, in realtà non si sa mai bene cosa stiano facendo. Scrivono, guardano, ridono da soli, mandano vocali di tre secondi e poi si arrabbiano se noi facciamo una domanda.

Il telefonino è diventato il loro mondo, la loro biblioteca, la loro palestra sociale. E noi, che vorremmo solo un po’ di attenzione, finiamo per sentirci in competizione con uno schermo.

“Ma tu non ti accorgi che…”

“Ma tu non ti accorgi che sei stanco? Vai a dormire prima!”
“Ma tu non ti accorgi che sei nervoso? Vuoi parlarmene?”

E loro, con uno sguardo che ci congela il sangue, rispondono: “Mamma, lasciami stare.”

E noi lasciamo stare. Per dieci minuti. Poi riproviamo, magari con un tono più delicato. Perché siamo mamme: non sappiamo proprio stare zitte quando qualcosa ci preoccupa.

E allora cosa diciamo?

Forse la verità è che non esistono frasi perfette. Esistono mamme stanche, preoccupate, innamorate dei propri figli e un po’ spaventate dal vederli crescere così in fretta.

A volte sbagliamo tono. A volte diciamo la frase sbagliata nel momento sbagliato. A volte urliamo, poi ci pentiamo, poi facciamo pace con una merendina lasciata in bella vista o con un “mamma, mi passi le chiavi?”

Perché alla fine, sotto quelle porte chiuse e quei “boh” monosillabici, c’è ancora nostro figlio. Quello che un giorno ci chiamava per ogni cosa e che adesso ha bisogno di sapere che, anche se non gli chiediamo tutto, siamo lì.

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