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Giochi estremi in rete: i KILFIE

Un pericolo nascosto nelle nuove tecnologie?

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Li chiamano KILFIE, ossia i selfie killer in cui, pur di ottenere visibilità, like e condivisioni, si rischia anche la vita. 1 adolescente su 10 fa selfie pericolosi e oltre il 12% è stato sfidato a fare un selfie estremo per dimostrare il proprio coraggio. Si è disposti a tutto pur di ottenere popolarità. I motivi? La ricerca di un mix di eccitazione e di paura, di uno stato di euforia tale da poter addirittura diventare letale.

“Giochi” simili sono stati praticati per generazioni, probabilmente il fattore nuovo è che vengano praticati in solitudine e i fattori di rischio o la probabilità di morire aumentano proprio per questa ragione. Sempre più spesso i ragazzi, anche quelli che non manifestano segni evidenti di disagio, che vanno regolarmente a scuola, che fanno sport, possono mettere a rischio la propria incolumità per quelli che loro chiamano e vivono come giochi, messi in atto per sfidare se stessi e/o gli altri, spinti da un senso di onnipotenza, che li porta a volte anche a superare il limite del limite fino a farsi male e a perdere la vita. E’ importante sottolineare che in quel momento ricercano la sensazione forte, non la morte. È una variabile che non prendono in considerazione, non può accadere a loro, vogliono semplicemente vivere il brivido, la sensazione, “lo fanno gli altri, perché non lo posso fare io?”.

Il tutto viene prontamente ripreso e immortalato dalla fotocamera del proprio smartphone con foto o video da pubblicare sui social network e condividere online o via chat. Le chiamano “challenge” cioè “sfide”, le vivono come giochi, ma NON sono giochi. Lo fanno soprattutto per trasgressione, per far salire l’adrenalina, per rinforzare il ruolo all’interno del gruppo dimostrando a se stessi e agli altri il proprio coraggio.

Come può un genitore arrivare prima?

Per prevenire questi comportamenti rischiosi, gli adulti di riferimento, per prima cosa devono essere consapevoli dell’esistenza di questi fenomeni, conoscerne il funzionamento, monitorare i contenuti dei video che i ragazzi guardano quotidianamente in modo tale da saper cogliere precocemente i segnali d’allarme ed educarli in merito fin da quando sono piccoli.

Queste sfide estreme e giochi, NON sono il prodotto del momento, sono sempre esistite all’interno dei fenomeni di gruppo. Oggi la rete però riveste una funzione di amplificatore di questi comportamenti, che assumono proporzioni sempre più allarmanti e difficili da contenere. Esempio il blackout, ossia il “gioco” attraverso il quale si ricerca lo svenimento, è passato dal farlo con le mani al collo ad una corda solo perché girano questi video in rete. Mi meraviglio di come nessuno faccia niente, visto che sul web ci sono anche video tutorial che spiegano come fare questi giochi non giochi, che lanciano sfide ai ragazzi, li invogliano, anche indirettamente, a partecipare perché il vero guadagno sta nella condivisione e nel rendere virale un fenomeno. Il gruppo, se nell’era non tecnologica aveva una proporzione pari a cinque, sei, dieci membri, ora è arrivato a migliaia di persone e quindi li porta e li porterà sempre più al limite.

Riporto la testimonianza di Adriano Formoso, Psicoterapeuta e Psicoanalista di Gruppo, ma anche vicino al mondo degli adolescenti in quanto autore del libro “Nascere a tempo di Rock”, a seguito della morte di Igor Maj, 14enne che si é soffocato in casa con una corda da roccia.

“Igor è stato ucciso da un contesto storico e culturale in cui il narcisismo smodato rappresenta la causa scatenante di molte disfunzioni comportamentali delle persone e soprattutto dei giovani.

Per prestare la giusta attenzione alla società che hanno ereditato i nostri ragazzi non è necessario demonizzare il mondo virtuale e tecnologico nè gli strumenti utili al progresso della comunicazione. Come specialista e come genitore ribadisco quanto sia necessario non scagliarsi contro gli strumenti a disposizione della società ma i contenuti che la morale e l’etica, la scienza e il buon senso, ritengono impropri dannosi e pericolosi.

Sono stato un bambino degli anni 80 quando ancora internet non esisteva eppure ho assistito direttamente ad esperienze in cui l’idea della propria grandiosità, espressa attraverso il divertimento di guardare in faccia la morte con quel che si poteva fare allora, ha reciso giovani vite. Dal guidare impropriamente l’auto della mamma a gran velocità senza patente fino a schiantarcisi, al venire investiti da un treno per un assurdo gioco.

I bambini di quell’epoca scendevano in cortile a giocare da soli riscuotendo la fiducia dei genitori e talvolta si poteva giocare a pallone anche per le strade del paese. Ricordo quando un mio amico perse la vita per il brivido di spostarsi in tempo dai binari all’arrivo del treno. Ripenso al bisogno di alcuni ragazzi di sentirsi potenti e invulnerabili.

Sicuramente alcuni aspetti deleteri dell’era di internet generano ulteriori occasioni di comportamenti sbagliati. Purtroppo con molti genitori nevrotici e molto ansiosi ho scoperto che le nuove tecnologie rassicurano questi genitori nel vedere il proprio figlio in casa immobilizzato a giocare sulla PlayStation piuttosto che viverne brevi distacchi negando loro la fiducia di sapersi gestire e vivere al di fuori della propria casa.

Quindi la rete trova terreno fertile nelle famiglie in cui si vivono patologicamente i legami e dove regnano intensi timori di abbandono. Un controllo dannoso perché proprio mentre mamma cucina o fa i mestieri, il proprio figlio si intrattiene davanti al computer in condizioni meno rassicuranti rispetto a quando i bambini si trovavano in strada a giocare tra loro.

Igor, giovane scalatore, ha voluto misurarsi con qualcosa di pericoloso che non ha nulla a che vedere con gli sport estremi e la montagna, un qualcosa che viene definito gioco e chiamato blackout, una pratica che consiste del privarsi dell’area per periodi sempre più lunghi fino a svenire per poi riprendere conoscenza.

I genitori del ragazzo hanno scelto di dare risalto a questa drammatica esperienza permettendo di diffondere il nome e la foto di Igor per denunciare questo rischio che incombe nel percorso di sviluppo dei ragazzi e perché tragedie come queste possano non ripetersi più. Hanno scelto anche di lanciare un appello alle famiglie e ai genitori spiegando che malgrado le loro attenzioni alla crescita del figlio, la loro vicinanza non è stata abbastanza per prevenire tutto questo.

Ho sempre sostenuto con i miei pazienti e le persone che incontro che non è importante solo quello che mettiamo a disposizione nell’educazione dei ragazzi ma è molto più importante aiutare loro a fare propri degli strumenti utili al loro sviluppo, a loro sereno equilibrio e adattamento nella società.

Perché la morte di Igor sia la nascita di coscienza, consapevolezza, crescita e prevenzione. La tentazione e il male fanno parte dell’esistenza umana, il problema non va affrontato solo oscurando i siti o perseguendo gli spacciatori di morte e sadismo. Dobbiamo rendere efficace la coscienza dei ragazzi e il nostro compito di educatori”

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