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Padri hacker e mamme 007

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Avevo già trattato il tema dell‘utilizzo di Facebook come strumento investigativo per controllare i propri figli, ma l’altro giorno, leggendo su La Repubblica l’articolo di Maria Novella De Luca, ho avuto conferma che si tratta di una pratica sempre più sfruttata.

Genitori ansiosi che fanno pedinare i figli da investigatori privati. Altri che li osservano di nascosto sul web. C’è chi lo nega, chi si difende a testa alta, chi se ne vergogna un po’, ma quasi tutti se interrogati rispondono: “Lo facciamo per il loro bene, il mondo è pericoloso, Internet ancora di più…“.

“Più che una paura un’ossessione collettiva: eserciti di adulti angosciati dalle insidie della realtà vera e virtuale spiano i propri figli con metodi sempre più sofisticati, li pedinano, li seguono, li filmano, violano computer e parole chiave, intercettano sms e cellulari, s’addentrano nei social network per cercarli, trovarli, per comprenderne segreti e linguaggi, scoprire cosa fanno, chi frequentano.

Accade ovunque, negli Stati Uniti il 55% dei genitori di adolescenti dichiara senza remore di “pedinare” i propri figli su Facebook, mentre in Italia, racconta lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, “aumentano di anno in anno i parenti terrorizzati dalla vita “clandestina” dei loro figli, e mi capita sempre più spesso di incontrare genitori che vengono da me con il faldone dell’investigatore privato, assoldato per spiare i loro ragazzi“.

In quattro anni infatti è cresciuta del 30% la richiesta di detective incaricati dalle famiglie di controllare figli giovanissimi (e spesso inquieti) in tutte le loro attività quotidiane, in quell’età in cui comincia il mistero e dunque il fascino dell’azzardo. Investigatori che oggi, aggiunge Alessandro Rosina, demografo e grande conoscitore della generazione dei Millennials, “si sono specializzati nel “bucare” i computer degli adolescenti, ma soprattutto nel cancellare dalla Rete tracce che poi potrebbero comprometterli nel futuro”. Mentre si diffondono dappertutto manuali che insegnano agli adulti ad utilizzare i social network a comprenderne pericoli e possibilità, sulla scia del bestseller americano “Facebook for parents“.

Ma qual è il limite di tutto questo? È legittimo spiare i propri figli (minorenni)? E qual è il confine tra un sano controllo e una violazione della privacy bella e buona, anche se ad esempio la “spia” è una madre amorevole che così cerca di proteggere i suoi figli-bambini dagli orchi nascosti su Internet? O se l’hacker che “scassina” la password del Pc è un genitore preoccupato perché il figlio tredicenne ha duemila amici su Facebook e di quei duemila lui, il padre, ne conosce soltanto cinque?

Ormai però, tra padri che s’improvvisano pirati informatici e madri che s’inventano profili da sedicenni su Facebook per entrare in contatto con le loro figlie adolescenti, il tema del controllo della vita virtuale dei teenager e dei bambini, è diventato dominante, come titolava alcuni giorni fa il Washington Post. E negli Stati Uniti, dove si stanno moltiplicando le cause intentate dai figli contro gli adulti “spioni”, psicologi ed educatori sono divisi in due fronti, tra chi ritiene lecito e chi invece condanna “l’intelligence” familiare.

“Più che di spionaggio però parlerei di controllo – chiarisce Francesco Pizzetti, Garante della Privacy – e controllare i figli non è qualcosa di facoltativo, è un dovere dei genitori. Naturalmente con delle differenze. Faccio un esempio: se un padre e una madre lasciano un bambino di 6 o 7 anni da solo in casa, esposto a pericoli di ogni tipo, vengono meno alla loro responsabilità di genitori e possono avere anche conseguenze penali. Ed è la stessa cosa se lo abbandonano da solo davanti ad Internet ed esposto ai rischi della Rete. Qui la sorveglianza non è una scelta, è un obbligo. Diverso è se un genitore si crea un profilo falso su Facebook per parlare con il proprio figlio adolescente: in questo caso – aggiunge Pizzetti – direi che si tratta di un comportamento sleale, a meno che l’azione del genitore non sia giustificata da gravi sospetti, ad esempio che il figlio si possa drogare, che abbia gravi patologie, o altro”.

Perché molto è cambiato dai tempi dei diari segreti, quando bastava far saltare con una forcina il lucchetto chiuso a chiave, per addentrarsi nelle confessioni vere o inventate di un o una adolescente. “La differenza – spiega Charmet – è che il diario era un monologo, una lettera aperta, a volte lasciato lì proprio perché qualcuno lo trovasse. I social network invece sono reali, implicano dei contatti, “oltre” ci sono sconosciuti con i quali i ragazzini dialogano, a volte in modo innocente, ma a volte no. I rischi sono grandi, e quindi, lo ammetto, ritengo legittimo da parte dei genitori anche lo spionaggio. Spesso poi non è che le madri e i padri scoprano chissà che cosa quando s’inoltrano tra le chat dei ragazzini. Certo, gli adulti possono anche fare gli 007, se è a fin di bene, i ragazzi però sono poi liberi di blindare le proprie vite e naturalmente i propri computer“.

Appunto. È come giocare a nascondino, a gatto e topo, a guardie e ladri. Perché alla fine, come sottolinea Matteo Lancini, docente di Psicologia all’università Bicocca di Milano, “il controllo serve soltanto a placare l’ansia dei genitori, i ragazzi sono bravissimi a nascondersi, il punto non è spiare ma accompagnare i bambini e i ragazzi all’accesso di Internet, renderli consapevoli dei pericoli, ma anche fidarsi, altrimenti continueranno a fuggire”. Anche perché, sottolinea Lancini, “nella mia esperienza ho visto che quasi mai i genitori hanno poi il coraggio di svelare ai figli quanto hanno appreso spiandoli”.

Come Mirta M. mamma separata di Andreina, 16 anni, una bocciatura alle spalle, e una tendenza spiccata a fare tardi la sera, intrecciare relazioni, e dice Mirta “a combinare casini”. “Non riuscivo più a capirla, a entrare in contatto con lei. Vedevo però sofferenza e disordine. Così un giorno le ho chiesto l’amicizia su Facebook. Ma senza trucchi, con il mio nome. Abbiamo iniziato a parlare, così, come in un gioco, come fanno gli adolescenti, che invece di utilizzare la voce si mandano messaggi… E ci siamo riavvicinate“.

La verità – conclude Alessandro Rosina – è che quando i figli chiudono la porta della loro stanza e accendono il Pc, i genitori italiani, assai poco competenti di tecnologie, capiscono che oltre quella soglia c’è un mondo a loro sconosciuto e con il quale non sanno come dialogare. Perché uno può scegliere la scuola, accompagnarli ovunque, proteggerli dai pericoli esterni. Ma proprio lì dove dovrebbero essere al sicuro possono invece fare gli incontri più insidiosi… E allora? L’unica strada è il controllo discreto, non invasivo, a distanza, perché loro sono nativi digitali, sono veloci, esperti e di certo sanno come nascondere le proprie tracce“.

da La Repubblica del 12 ottobre 2011

4 COMMENTS

  1. Molto interessante… io ho una figlia di 12 anni che ha il proprio profilo su Facebook, piu che altro per rimanere in contatto con ex compagni di scuola e amici che sono lontani, visto che ci siamo trasferiti. Io non ero proprio a favore, ma mio marito (ed è pure un esperto di sistemi informativi) l’ha permesso a patto che siamo a conoscenza della sua password. Le abbiamo anche chiesto che puo solo accettare amicizia dei suoi veri amici…non degli amici dei suoi amici etc. Purtroppo è successo, noi ce ne siamo accorti e pur trattandosi di una coetanea,le abbiamo detto di cancellare l’amicizia, visto che non si trattava di una sua amica diretta. Finora siamo stati fortunati, perchè nonostante i primi tentativi di ribellione adolescenziale, riusciamo ancora a ragionare con lei. Pero’ è proprio vero non bisogna MAI abbassare la guardia. Il genitore ha il dovere di controllare il figlio/ la figlia e deve sapere chi frequenta (in rete e fuori dalla rete) e i genitori degli amici che frequenta!!!

  2. Ho una mia amica mamma che ha appena fatto aprire il profilo di Facebook alla figlia 12enne con la condizione di essere sua amica… Immaginate le rimostranze da parte della ragazzina, ma poi ha capito che se voleva essere su fb doveva accettare la mamma tra le sue amicizie. Perchè fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio!

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